Marilisa AllegriniGuest
Mario CalabresiHost
Ero una ragazza, diciamo, irrequieta nel senso buono della parola, anche molto intraprendente, forse anche un po' ribelle e quindiii, eh, i miei genitori erano molto protettivi verso di me, soprattutto, diciamo, in fase adolescenziale e quindi, mhm, un po' mi sentivo, mmh, non dico soffocata, ma sicuramente molto condizionata da loro.

E forse da questo nasce proprio il desiderio di fare qualcosa di-- al di fuori dell'azienda e quindi di iniziare un percorso di studi, anche professionale, che non mi portasse a lavorare in azienda, ma che mi portasse ad una mia autonomia.

Anche perché, eh, il mondo dell'agricoltura era molto legato alle figure maschili, quindi avevo già due fratelli e quindi questi due fratelli potevano garantire la continuità dell'azienda.

Quindi io, eh, quando avevo 17, 18 anni, in una conversazione con mio padre gli dico: "Papà, non contare su di me perché io farò qualcosa di diverso".

Però tanto per, eh, delineare come uno si sente e come uno si propone, no? Io mi sentivo una persona molto timida, ancheee riservata da un certo punto di vista.

Le mie amiche, invece, anche a distanza di anni, mi hanno detto che davo l'idea di una che non aveva paura di niente.

Quindi questa diversità da come io mi percepivo a come mi vedevano le mie amiche era m-m-fondamentale, insomma.

Avevo deciso di studiare in ambito sanitario perché mi piaceva quel mondo, mi piaceva il mondo scientifico e avendo studiato dalle suore avevo anche questo senso di aiutare gli altri, no? E quindi io volevo fare il medico, poi ho ripiegato sulla fisioterapia perché mio padre non mi ha consentito di andare al di fuori della città di Verona a studiare.

Quindi ho ripiegato per questa professione che comunque mi ha dato tantissima soddisfazione eee mi ha fatto sentire proprio l'importanza di, eh, di lavorare in un settore che era quello che io, eh, volevo e che sentivo molto nel mio DNA personale.

Sì, ho lavorato per cinque anni in ospedale eee i primi tre anni avevo fatto proprio rieducazione motoria, mentre gli ultimi due anni sono stati quelli più impegnativi, anche sul piano umano, perché ho fatto rieducazione respiratoria, quindi insegnare a respirare a persone che sono state operate al polmone, al cuore, ehm, svezzare dal respiratore.

Es-- era una cosa che quando succedeva che avevi successo ti dava un'energia pazzesca.

Mi viene da chiederti: un'esperienza così forte di cura, che cosa ha lasciato poi nella tua vita e nel lavoro che hai fatto dopo?

Ma allora, mi ha lasciato, mmh, un'empatia, diciamo, verso, eh, la persona umana, verso la figura umana, no? Che forse è stato anche proprio quello che mi è servito moltissimo nel mio lavoro, perché, eh, anche, mmh, nel parlare di vino, nel cercare di promuovere quello che fai, quella che è la tua storia personale e familiare, l'empatia è fondamentale, soprattutto, io credo, non avendo una preparazione tecnica come quella che avevo io, che non avevo io, e quindi, mmh, raccontando l-le storie personali, perché poi l'autenticità è una di quelle cose che ti dà credibilità e quindi a me è servita moltissimo nel mio lavoro.

Poi a un certo punto però hai scelto di lasciare questa strada, questa professione, per seguire la strada del vino.

Come è successo? Perché? Che-- c'è un momento in cui ti è scattato qualcosa dentro?

Non c'è stato un momento, è stato un percorso, perché mio padre continuava ad insistere, eh, che io tornassi in azienda, perché probabilmente aveva capito che una figura femminile avrebbe Contribuito a dare qualcosa di più all'azienda.

Quindi pur avendo i suoi due figli maschi che si occupavano della produzione, uno della parte viticola e l'altro della parte enologica, quindi seguiva quello che era il suo, eh percorso, ehm non so, forse anche un senso di protezione verso di me, però aveva voluto a tutti i costi che io tornassi in azienda.

Non è stata una decisione immediata, è stata una decisione molto, molto sofferta, perché quello che facevo mi piaceva moltissimo e anche cercavo di farlo con un grande senso di responsabilità e di impegno.

Eee quindi ricordo il momento in cui sono andata a rassegnare le mie dimissioni, fredda, impassibile, però appena sono uscita dall'ufficio del responsabile del personale i lacrimoni mi scendevano e avevo un nodo alla gola che ancora mi ricordo.

E come sei entrata? Che cosa è la prima cosa che hai fatto quando sei arrivata, eeeh, appunto in azienda a occuparti di vino? E che cosa faceva in quel momento la tua famiglia?

Eh, come ho detto c'era Walter che seguiva la parte di viticoltura, Franco che seguiva la parte di enologia e mancava una figura che, eeeh, avesse un ruolo commerciale.

Ero una ragazza, diciamo, irrequieta nel senso buono della parola, anche molto intraprendente, forse anche un po' ribelle e quindiii, eh, i miei genitori erano molto protettivi verso di me, soprattutto, diciamo, in fase adolescenziale e quindi, mhm, un po' mi sentivo, mmh, non dico soffocata, ma sicuramente molto condizionata da loro.

E forse da questo nasce proprio il desiderio di fare qualcosa di-- al di fuori dell'azienda e quindi di iniziare un percorso di studi, anche professionale, che non mi portasse a lavorare in azienda, ma che mi portasse ad una mia autonomia.

Anche perché, eh, il mondo dell'agricoltura era molto legato alle figure maschili, quindi avevo già due fratelli e quindi questi due fratelli potevano garantire la continuità dell'azienda.

Quindi io, eh, quando avevo 17, 18 anni, in una conversazione con mio padre gli dico: "Papà, non contare su di me perché io farò qualcosa di diverso".

Però tanto per, eh, delineare come uno si sente e come uno si propone, no? Io mi sentivo una persona molto timida, ancheee riservata da un certo punto di vista.

Le mie amiche, invece, anche a distanza di anni, mi hanno detto che davo l'idea di una che non aveva paura di niente.

Quindi questa diversità da come io mi percepivo a come mi vedevano le mie amiche era m-m-fondamentale, insomma.

Avevo deciso di studiare in ambito sanitario perché mi piaceva quel mondo, mi piaceva il mondo scientifico e avendo studiato dalle suore avevo anche questo senso di aiutare gli altri, no? E quindi io volevo fare il medico, poi ho ripiegato sulla fisioterapia perché mio padre non mi ha consentito di andare al di fuori della città di Verona a studiare.

Quindi ho ripiegato per questa professione che comunque mi ha dato tantissima soddisfazione eee mi ha fatto sentire proprio l'importanza di, eh, di lavorare in un settore che era quello che io, eh, volevo e che sentivo molto nel mio DNA personale.

Sì, ho lavorato per cinque anni in ospedale eee i primi tre anni avevo fatto proprio rieducazione motoria, mentre gli ultimi due anni sono stati quelli più impegnativi, anche sul piano umano, perché ho fatto rieducazione respiratoria, quindi insegnare a respirare a persone che sono state operate al polmone, al cuore, ehm, svezzare dal respiratore.

Es-- era una cosa che quando succedeva che avevi successo ti dava un'energia pazzesca.

Mi viene da chiederti: un'esperienza così forte di cura, che cosa ha lasciato poi nella tua vita e nel lavoro che hai fatto dopo?

Ma allora, mi ha lasciato, mmh, un'empatia, diciamo, verso, eh, la persona umana, verso la figura umana, no? Che forse è stato anche proprio quello che mi è servito moltissimo nel mio lavoro, perché, eh, anche, mmh, nel parlare di vino, nel cercare di promuovere quello che fai, quella che è la tua storia personale e familiare, l'empatia è fondamentale, soprattutto, io credo, non avendo una preparazione tecnica come quella che avevo io, che non avevo io, e quindi, mmh, raccontando l-le storie personali, perché poi l'autenticità è una di quelle cose che ti dà credibilità e quindi a me è servita moltissimo nel mio lavoro.

Poi a un certo punto però hai scelto di lasciare questa strada, questa professione, per seguire la strada del vino.

Come è successo? Perché? Che-- c'è un momento in cui ti è scattato qualcosa dentro?

Non c'è stato un momento, è stato un percorso, perché mio padre continuava ad insistere, eh, che io tornassi in azienda, perché probabilmente aveva capito che una figura femminile avrebbe Contribuito a dare qualcosa di più all'azienda.

Quindi pur avendo i suoi due figli maschi che si occupavano della produzione, uno della parte viticola e l'altro della parte enologica, quindi seguiva quello che era il suo, eh percorso, ehm non so, forse anche un senso di protezione verso di me, però aveva voluto a tutti i costi che io tornassi in azienda.

Non è stata una decisione immediata, è stata una decisione molto, molto sofferta, perché quello che facevo mi piaceva moltissimo e anche cercavo di farlo con un grande senso di responsabilità e di impegno.

Eee quindi ricordo il momento in cui sono andata a rassegnare le mie dimissioni, fredda, impassibile, però appena sono uscita dall'ufficio del responsabile del personale i lacrimoni mi scendevano e avevo un nodo alla gola che ancora mi ricordo.

E come sei entrata? Che cosa è la prima cosa che hai fatto quando sei arrivata, eeeh, appunto in azienda a occuparti di vino? E che cosa faceva in quel momento la tua famiglia?

Eh, come ho detto c'era Walter che seguiva la parte di viticoltura, Franco che seguiva la parte di enologia e mancava una figura che, eeeh, avesse un ruolo commerciale.
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